Decreto Flussi, imprenditore interrogato in tribunale: respinti i domiciliari
A Grosseto interrogato l'imprenditore arrestato per il caso Decreto Flussi: il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla difesa.

- L'imprenditore 64enne ha risposto alle domande del gip e del pm, la moglie si è avvalsa della facoltà di non rispondere
- Il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dal difensore
- Secondo l'accusa 31 cittadini extracomunitari sarebbero entrati illegalmente in Italia e 22 visti sarebbero stati irregolari
- L'inchiesta riguarda un presunto sistema di sfruttamento del Decreto Flussi con richieste di pagamento fino a 10mila euro a persona
GROSSETO. Si sono svolti nei giorni scorsi davanti al tribunale di Grosseto gli interrogatori di garanzia dei due coniugi arrestati lo scorso 25 settembre con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina pluriaggravato, nell'ambito dell'inchiesta sul presunto utilizzo distorto del Decreto Flussi.
Il 29 settembre è stata sentita la donna, cittadina marocchina di 49 anni, detenuta nel carcere femminile di Pisa, mentre il 30 settembre è stato il turno dell'imprenditore grossetano di 64 anni, comparso davanti al gip Giuseppe Coniglio e al pubblico ministero Giovanni De Marco.
La donna ha scelto di avvalersi, per il momento, della facoltà di non rispondere, in attesa di prendere visione degli atti a suo carico. Il suo avvocato, Simone Borghetti, ha fatto sapere che a breve verrà chiesto un nuovo interrogatorio per permetterle di fornire la propria versione dei fatti. Secondo l'accusa sarebbe stata lei, in particolare, ad occuparsi del reclutamento dei lavoratori in Marocco.
L'imprenditore ha invece deciso di rispondere alle domande. Il legale ha riferito che il suo assistito ha voluto chiarire e ridimensionare la situazione in cui si è trovato, spiegando di avere una serie di aziende che lavorano e di aver avuto alcune problematiche sui contratti di lavoro, sottolineando l'assenza di intenzione di truffare o trafficare persone.
Il difensore ha chiesto al giudice di sostituire la custodia in carcere con gli arresti domiciliari, ma la richiesta non è stata accolta: per il gip permane il rischio di inquinamento probatorio legato alla possibilità che i due indagati possano condizionare i testimoni.
L'inchiesta
Secondo la ricostruzione di carabinieri e Guardia di finanza, che hanno condotto l'operazione denominata "Border line", i due indagati avrebbero fatto arrivare in Italia decine di lavoratori stranieri dietro pagamenti fino a 10mila euro a persona, promettendo un impiego che poi non sarebbe stato disponibile. Trentuno i cittadini extracomunitari individuati, 22 i visti di ingresso risultati irregolari. Agli stranieri sarebbero stati inoltre richiesti ulteriori versamenti, fino a mille euro, per ottenere buste paga ritenute fittizie dagli investigatori, necessarie a dimostrare formalmente un rapporto di lavoro. L'indagine era partita da alcune denunce presentate da cittadini marocchini nel 2024.




